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martedì 8 giugno 2010

Annie Leibovitz





Anna-Lou (Annie) Leibovitz (Waterbury, 2 ottobre 1949) è una fotografa statunitense di origini ebraiche.
Ritrattista affermata, Leibovitz ha uno stile caratterizzato dalla stretta collaborazione tra fotografo e modello.
La sua compagna di vita è stata Susan Sontag, fino alla morte della Sontag nel 2004.








Carriera fotografica


La Leibovitz divenne famosa durante i suoi 13 anni passati come fotografa per la rivista Rolling Stone, dal 1970 al 1983. Nel 1975, occupò il ruolo di fotografa della tournee di concerti del gruppo rock dei Rolling Stones. Negli anni 1980 la Leibovitz fotografò delle celebrità per una campagna pubblicitaria internazionale della American Express. Dal 1983 ha lavorato come fotografa ritrattista per Vanity Fair. Nel 1990 viene premiata col Infinity Awards per la Applied photography. Nel 1991 ha tenuto un'esposizione alla National Portrait Gallery. Annie Leibovitz ha inoltre pubblicato cinque libri di sue fotografie, Photographs, Photographs 1970-1990, American Olympians, Women, e American Music. Nel 2008 ha realizzato il calendario Lavazza 2009.


Foto celebri di Annie Leibovitz


John Lennon, nudo, che abbraccia Yoko Ono vestita. Scattata nel 1980 la mattina prima della morte di Lennon.
Demi Moore, nuda con un abito maschile dipinto sul corpo.
Whoopi Goldberg immersa in una vasca da bagno piena di latte, inquadrata dall'alto.
Christo, completamente impacchettato, così che chi guarda deve fidarsi del fotografo sul fatto che Christo sia realmente sotto l'imballo.
Miley Cyrus l'attrice della sitcom Hannah Montana, ritrae le Cyrus avvolta in un lenzuolo di seta con la schiena scoperta mentre guarda l'obiettivo.
Regina Elisabetta II in occasione della sua visita negli Stati Uniti nel 2007.
Sting nel deserto, nudo ma coperto di fango per fondersi con lo scenario.


Bibliografia

Annie Leibovitz, C'eravamo tanto amate


Articolo del giorno della morte di Susan Sontag la compagna di vita Sorgi Marcello. "C'eravamo tanto amate". Annie Leibovitz racconta per immagini la sua storia con Susan Sontag La Stampa 12-ottobre-2006

Voci correlate

Fotografia lesbica
Susan Sontag

Herb Ritts





Herbert Ritts (Los Angeles, 13 agosto 1952 – Los Angeles, 26 dicembre 2002) è stato un fotografo e regista statunitense.
È stato un fotografo di moda, che si è concentrato soprattutto sulla fotografia in bianco e nero e sul ritratto, ispirandosi allo stile della scultura della Grecia classica. Di conseguenza, alcune delle sue opere più famose sono nudi maschili e femminili nello stile che può essere definito fotografia glamour. Inizialmente non utilizzò mai alcun accorgimento tecnico, nemmeno luci che non fossero quella solare e il suo stile semplice, ed efficace, è stato influenzato da grandi fotografi del passato come Herbert List ed Helmut Newton. È indicato da molti critici d'arte come il miglior fotografo degli ultimi 20 anni


Biografia

Nato a Los Angeles, California da una facoltosa famiglia che tuttora possiede un'azienda di mobilia tra le più rinomate di Los Angeles la Ritts Co., Herb era il più grande dei quattro figli Rory, Gary e Christy. Passò la sua adolescenza tra studi d'arte ed economia e tentativi di sfondare nel mondo del rock. Nel 1974 conseguì la laurea al Bard College a New York e tornò a Los Angeles per lavorare come rappresentante nell'azienda di famiglia. Fu in quel periodo che Herb fece coming out dichiarando alla sua famiglia la propria omosessualità.
In questo periodo cominciò a prendere lezioni di fotografia, seguendo alcuni corsi serali, decidendo di dedicarsi all'arte. La sua prima occasione si presentò nel 1978 quando scattò delle foto all'amico attore Richard Gere durante una gita nel deserto di San Bernardino, Herb e Richard si fermarono in una stazione di servizio per cambiare una ruota forata e mentre Richard sostituiva la ruota Herb scattò delle foto all' attore in jeans e canottiera con le mani sulla nuca e la sigaretta che pendeva dalle labbra. Le foto vennero usate per promuovere il film American Gigolò e riscontrarono successo a livello nazionale grazie alle copertine di molte riviste come Newsweek, Vogue, Esquire e Mademoiselle tanto da procurargli da subito delle commissioni, la prima fu quella di Franco Zeffirelli per ritrarre gli attori di The Champ, successivamente lavorò per Andy Warhol e L'Uomo Vogue. Nel 1979 la rivista Mademoiselle si affidò a Herb Ritts per fotografare la giovane attrice Brooke Shields, le foto furono talmente belle che una di quelle apparve sulla copertina di Elle l'anno successivo. Il modello Matt Collins lo presentò a Bruce Weber i due diventarono subito amici. Franca Sozzani allora direttrice di Vogue Italia prese Herb sotto la sua ala e lo fece lavorare per la sua rivista insieme a una nuova generazione di giovani talenti come Steven Meisel, Bruce Weber e Peter Lindbergh.
Durante tutti gli anni ottanta e novanta riusci a imporsi definitivamente sulla scena mondiale creando un nuovo glamour femminile e per la prima volta uno tutto maschile presentando uomini palestrati in pose plastiche che si ispiravano alla scultura della Grecia classica, questo era esattamente quello che cercava il fashion italiano in quel periodo nel momento in cui il glamour esclusivamente femminile si stava estendendo anche all'uomo. Questa novità ha fatto la fortuna di stilisti come Gianni Versace e Giorgio Armani e portò Herb nell'olimpo della moda e della fotografia, il suo stile diventò ricercatissimo e li permise di lavorare per le più importanti riviste tra cui Elle, TIME, Harper's Bazaar, Rolling Stone, Allure, GQ, Vanity Fair, Interview, The Face, Vogue, Max e Glamour, ritrarre personaggi famosi e modelli e allestire le campagne pubblicitarie di Giorgio Armani, Gianni Versace, Elizabeth Arden, Guess?, CoverGirl, Lexmark, NEC, Cartier, Donna Karan, Maybelline, Acura, Guy Laroche, Häagen-Dazs, Vittel, Calvin Klein, Lacoste, Pirelli, Chanel, Escada, Gianfranco Ferrè, Revlon, Rochas, Brut, Estée Lauder, Levi's, Ralph Lauren, TAG Heuer, Victoria's Secret, The GAP, Lancôme e Valentino. Alcuni soggetti tra le celebrità da lui ritratte in bianco e nero includono Kofi Annan, Ronald Reagan, Nelson Mandela, Paul Walker, Julia Roberts, George Clooney, Tom Cruise, Elton John, Isabella Rossellini, Tenzin Gyatso (il Dalai Lama), Monica Lewinsky, Brad Pitt, Antonio Rossi, Nicole Kidman, David Coulthard, Michelle Pfeiffer, Helmut Newton, Jack Nicholson, Enrique Iglesias, Dustin Hoffman, Mel Gibson, Tina Turner, Antonio Banderas, Mick Jagger, Clint Eastwood, Ewan McGregor, Michael Bergin, Michael Jordan, Sinead O'Connor ed Elizabeth Taylor.
Nel 1981, Ritts realizza le foto per l'album Physical di Olivia Newton-John, successivamente nel 1983 lavora nelle trup dei film Two of a Kind e Flashdance. Nel 1984 fotografa il cantante degli Eagles Don Henley per il suo secondo album solista Building the Perfect Beast e incomincia la sua lunga collaborazione con Madonna scattando le fotografie per il film Cercasi Susan disperatamente. Nel 1986 scatta alcune tra le più importanti fotografie della carriera di Madonna, tra cui la celebre immagine usata per la copertina dell'album True Blue. Nel 1988 fotografa Steve Winwood per l'album Roll With It. Nel 1989 invece fotografa Belinda Carlisle per l'album Runaway Horses. Dal 1996 al 1997 alcuni suoi lavori furono esposti al Museum of Fine Arts di Boston attirando più di 253.000 persone.
Nel 1989 firma inoltre il video Cherish di Madonna. Nel luglio 1988 e nell'ottobre 1998 fotografò Cindy Crawford per Playboy, fu lui insieme a Gianni Versace a trasformare le modelle di quel tempo Naomi Campbell, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Claudia Schiffer, Stephanie Seymour, Christy Turlington, Helena Christensen, Kate Moss e Gisele Bündchen in dive e icone di bellezza. Fu il fotografo del prestigioso Calendario Pirelli nel 1994 e nel 1999. Nella seconda metà degli anni '80 incominciò la sua carriera di regista con uno spot per l'Absolut Vodka. Herb Ritts ha diretto molti video e pubblicità di risonanza mondiale. Nel 1991 due di questi, "Wicked Game" di Chris Isaak e "Love Will Never Do (Without You)" di Janet Jackson, vinsero gli MTV Video Music Awards. Diresse nello stesso anno il video del singolo di Michael Jackson "In the Closet", a cui partecipò anche la top model Naomi Campbell. Da menzionare anche le celebri pubblicità dei profumi "Acqua di Gio" di Giorgio Armani e di "Escape" di Calvin Klein e i video di "Don't Let Me Be the Last to Know" di Britney Spears e "Ain't It Funny" di Jennifer Lopez, poco prima della sua morte.
Nel 1995 dirige per Janet Jackson Design of a decade 1986/1996 e recita nel film L'isola dell'ingiustizia - Alcatraznel ruolo di Mike Kelly. Nel 1993 apparve nel programma Intimate Portrait:Cindy Crawford, mentre nel 1997 fu invitato a Behind the Music. Incominciò ad apparire in televisione con più frequenza negli ultimi anni della sua vita, nel 2001 fu ospite a The Ellen Show e apparve in Diary e nel 2002 in MTV Making the Video.
Dopo la lunga ascesa, al culmine della carriera, muore nel UCLA Medical Center a Los Angeles alle 8:55, per complicazioni derivate da una polmonite, probabilmente legata all'AIDS (circostanza peraltro smentita dai familiari), la rivista The Advocate citando fonti vicine all'artista rivelò che la salute di Herb era precaria ormai da tempo. Ha lasciato il suo compagno e socio d'affari, Erik Hyman, la madre Shirley e una sorella Christy che lo hanno assistito fino all'ultimo.
Le sue ultime foto sono state scattate a metà dicembre all'attore Ben Affleck e pubblicate su Vanity Fair e a Justin Timberlake per Rolling Stone nel 2003.
Videografia

"Quarttro" - Parco (1988)
"Cherish" - Madonna (1989)
"Femme", "Globe" - Rochas (1990)
"Rouge Absolut" - Lancôme (1990)
"Love Will Never Do (Without You)" - Janet Jackson (1990)
"Wicked Game" (version 2) - Chris Isaak (1991)
"Water Sky", "Horse", "Pool", "Sailboat" - Calvin Klein Escape (1991)
"In the Closet" - Michael Jackson (1992)
"Wind", "Earth", "Water", "Movement", "Light", "Shorts", "Wave", "Parachute", "Fire", "Premiere", "Sunny Beach", "Collage", "Co-op Land", "Co-op All Star" - Levi's Loose Fit Jeans (1992)
"Flag", "Stone Wheel", "Red Stripes", "Poles", "Pyramids", "Climbers", "Fort Window", "Big Ball", "Nadege's Shorts", "Winter Shorts", "Loose Fit Ninety" - Levi's Loose Fit Jeans (1992)
"Grey", "Green", "Tan", "Brown", "Blue", "Black", "Green Shorts", "Tan Shorts", "Blue Shorts" - Levi's Dockers (1992)
"Café - Women", "Cafe - Men's" - Guess Perfume (1992)
"Marky Mark" - Calvin Klein (1992)
"Charlie" - Revlon (1992)
"Aquatonic A" - Brut (1993)
"Horizon" - Guy Laroche (1993)
"Seasons", "Earth" - Paul Mitchell (1993)
"Living Sculpture" - Vittel Water (1993)
"NSX - Handmade", "Comfort", "Quality", "Premium" - Acura (1993)
"Lighten Up" - Revlon Flex (1994)
"Kiss Proof" - Revlon (1994)
"Defy It" - Revlon (1994)
"DKNY Men" - Donna Karan (1994)
"Allure" - Chanel (1994)
"Desert" - Paul Mitchell (1994)
"Please Come Home For Christmas" - Jon Bon Jovi (1994)
"Pasha" - Cartier (1994)
"Shall We" - Häagen-Dazs (1995)
"Black Pearls" - Elizabeth Arden (1995)
"True Advance" - CoverGirl (1995)
"Won’t Fade Away" - Revlon (1996)
"Let it Flow" - Toni Braxton (1996)
"The Most Perfect Bra" - Victoria's Secret (1996)
"That's The Ultimate" - Revlon Ultima (1997)
"Angels" - Victoria's Secret (1997)
"Liquid Sexy" - Revlon (1997)
"Acqua di Gio" - Giorgio Armani (1998)
"Allure" - Chanel (1998)
"White Pearls" - Elizabeth Arden (1998)
"My All" - Mariah Carey (1998)
"Beauty is as Beauty Does", "Wisdom" - Revlon Ultima II (1998)
"Wake-Up" - Revlon (1998)
"Triple Volume" - Maybelline (1999)
"Man and Woman" - Eau De Rochas (1999)
"Vidal", "Follower vs. Leader", "Standard Vs. State of the Arts", "Art vs. Science" - Vidal Sassoon (1999)
"Baby Did A Bad, Bad Thing" - Chris Isaak (1999)
"Z Series Printers" - Lexmark (1999)
"Looks That Last" - Revlon (1999)
"Mascara Love" - Maybelline (1999)
"Telling Stories" - Tracy Chapman (2000)
"White Diamonds" - Elizabeth Arden (2000)
"Full 'n' Soft" - Maybelline (2001)
"Advance Night Repair" - Estée Lauder (2001)
"Don't Let Me Be the Last to Know" - Britney Spears (2001)
"Ain't It Funny" (version 1) - Jennifer Lopez (2001)
"United for America" Public Service Announcement - Elizabeth Taylor (2001)
"Gone" - *N Sync (2001)
"Choices" - Revlon (2001)
"Wet Shine Nails" - Maybelline (2001)
"New Angels" - Victoria's Secret (2002)
"Sexy Support" - Victoria's Secret (2002)
"Underneath Your Clothes" - Shakira (2002)
"Beautiful", "Pleasures", "Intense" - Estée Lauder (2002)
"Cinema" - Elizabeth Arden/House of Taylor (2002)
"Forever Elizabeth" - Elizabeth Arden (2002)

Bibliografia

Herb Ritts, Fondation Cartier Pour L'art Contemporain, 1999 (ISBN 0-500-97489-6)
Work, Little, Brown and Company/Bulfinch Press, 1996 (ISBN 2-909450-36-8)
Africa, Little, Brown and Company/Bulfinch Press, 1994 (ISBN 0-8212-2121-3)
Notorious, Little, Brown and Company/Bulfinch Press, 1992 (ISBN 0-8212-1911-1)
Duo, Twin Palms Publishers, 1991 (ISBN 0-944092-17-9)
Men/Women, Twin Palms Publishers, 1989 (ISBN 0-944092-11-X)
Pictures, Twin Palms Publishers, 1988 (ISBN 0-944092-01-2)

Voci correlate

Bob Paris
Herbert List
Nudo maschile in fotografia

martedì 1 giugno 2010

Alfred Stieglitz


















































Biografia



Stieglitz viene al mondo a Hoboken vicino a New York nel bel mezzo della guerra civile americana in una famiglia benestante ebrea di origine tedesca molto ben inserita nella società americana. Fu uno dei principali fautori della separazione della fotografia dal semplice ambito del reportage, inaugurando la stagione ancora oggi feconda della fotografia artistica. Si trasferisce nel 1871 con la famiglia a New York in una grande casa prospiciente Central Park, dove il giovane Alfred inizia i primi studi tecnici Nel 1882 il padre vende la propria impresa e ritorna in Germania con la famiglia. Alfred Studia ingegneria meccanica all'Università di Berlino e inizia a scattare le sue prime fotografie in giro per l'Europa non ancora ventenne. Egli considerò sempre questi anni giovanili come i suoi migliori e i più determinanti per la scoperta della fotografia. Nel 1884 vince il primo premio al concorso indetto dalla rivista londinese Amateur Potographer. Nel 1890 rientra a New York dove crea con altri soci la Photochrome Engraving Company, una stamperia di fotoincisione e stampa il giornale American Amateur Photographer(1893-1896. Nel 1897 fonda un altro giornale: Camera Notes organo del Camera club di New York, dove espone per la prima volta nel 1899. Nel 1902 forma il gruppo dei Foto Secessionisti e apre le prime sue gallerie, dove espongono fotografi fortemente influenzati dai pittorialisti europei e l'anno dopo fonda e dirige una nuova rivista: Camera Work (usciranno numeri fino al 1917).Nel 1905 apre insieme al fotografo Steichen la galleria 291 di Fifth Avenue (New York) che chiuderà 12 anni più tardi. Dopo la chiusura della 291 e l'ultimo numero di Camera Work, Stieglitz apre altri due spazi: la Intimate Gallery nel 1925 e la An American Place nel 1929. In questi spazi ospiterà fino alla sua morte avvenuta nel 1946, qualsiasi forma d'arte: dalla scultura alla grafica. Stieglitz è una figura fondamentale per la fotografia mondiale e per l'arte americana perché grazie alle sue attività editoriali e alle numerose gallerie dirette è stato un punto di contatto tra gli artisti del nuovo continente e quelli europei e un ottimo divulgatore per il grande pubblico a cui ha raccontato, con grande efficacia, il movimento delle avanguardie artistiche. Nel 1924 sposa la pittrice Georgia O'Keeffe. Nel 1937 scatta le sue ultime fotografie. Muore nel 1946 nella sua New York

Bibliografia

American Pictorial Photography: Series I (1899) Series II (1901)
History of an American: Alfred Stieglitz, 291 and after (1944)
Stieglitz Memorial Portofolio 1864-1946, (1947)

domenica 16 maggio 2010

Sidibé, è dolce la vita a Bamako

«Sidibé Malick. Tel 221 39 48. Bp 455», è la scritta che campeggiava davanti allo studio del grande fotografo africano a Bamako, la capitale del Mali. E la stessa targa campeggia davanti allo studio ricreato appositamente per la mostra «La vie en rose» alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, in uno degli eventi collaterali al Festival Fotografia Europea. Lo studio è semplice. Ci sono una poltroncina, uno specchio, macchine fotografiche d’ogni tipo e soprattutto quegli sfondi inconfondibili, nelle loro geometrie primitiviste, che abbiamo imparato ad amare nelle sue fotografie. Lui ora è un signore ultrasettantenne che si aggira in una candida tunica bianca per gli spazi della mostra e osserva interessato il video che racconta la sua storia: da giovane apprendista nello studio di Gerard Guillat-Guignard, a fotografo pluripremiato a livello internazionale con il Leone d’oro a Venezia 2007 e con il prestigioso premio Hasselblad.

Al lavoro in studio Sidibé ha sempre accompagnato quello on the road, raccontando come una sorta di paparazzo nostrano la dolce vita notturna (ma non solo quella) nella capitale africana. E la mostra, a cura di Laura Serani e Laura Incardona, propone una cinquantina di immagini divise equamente fra questi due poli della produzione di Sidibé. Abbiamo così le foto Anni 70 di gruppi di persone, famiglie, amici, fidanzati, squadre di calcio che si presentavano nel suo studio per essere fotografati. La cosa che balza agli occhi è che l’essere fotografati è per queste persone un momento importante, c’è forse il retaggio della superstizione ancestrale secondo la quale in qualche modo con uno scatto ti catturano l’anima.

Divertenti sono invece le immagini delle feste, che ricordano molto (anche per gli abiti occidentaleggianti) quelle che si facevano da noi ai tempi del liceo, con il giradischi e le ragazze che ballano il twist. Fumare è quasi un atto di affermazione sociale e c’è chi non si accontenta della sigaretta e sfoggia la pipa. Ma forse le immagini che più colpiscono sono quelle donne di schiena che le curatrici hanno appeso alle pareti dello studio, lì la composizione formale ti fa capire lo «sguardo sottile» del fotografo africano.

SIDIBÉ, LA VIE EN ROSE
REGGIO EMILIA, COLL. MARAMOTTI
FINO AL 31 LUGLIO

martedì 27 aprile 2010

Ferdinando Scianna-Fotografo

Autore: Scianna, Ferdinando (1943/), fotografo principale

Luogo e data della ripresa: Milano (MI), Italia, 1982/02, ca.

Materia/tecnica: gelatina bromuro d'argento/carta

Misure: 18 x 24

Collocazione: Milano (MI), Regione Lombardia, fondo Mondo Popolare, servizio fotografico Scianna 1982a, MPP_127_ST_DV


Biografia

Da giovane si iscrive alla Facolta di Lettere e Filosofia presso l'Università di Palermo, studi che presto interromperà. A vent'anni stringe l'amicizia con lo scrittore Leonardo Sciascia con il quale, a soli ventuno anni, pubblica il suo primo libro di foto, con la prefazione proprio di quest'ultimo: "Feste religiose in Sicilia". In questo libro riesce ad immortalare momenti salienti di numerose feste religiose di tutta la Sicilia: il libro ottiene il prestigioso premio Nadar.
Nel 1967 si trasferisce a Milano dove comincia a lavorare per il settimanale l'Europeo, facendo il fotoreporter e l'inviato speciale. Successivamente si trasferirà a Parigi dove farà il corrispondente per 10 anni. Qui scriverà per "Le Monde Diplomatique" e "La Quinzaine Littéraire", di politica per il primo, di fotografia e letteratura per il secondo.
Nel 1977 pubblica in Francia "Les Siciliens" e in Italia "La Villa Dei Mostri". In questo periodo conosce Henri Cartier-Bresson. Nel 1982 entra nella prestigiosa agenzia Magnum introdotto proprio dal maestro Henri Cartier-Bresson. La sua collaborazione con scrittori famosi continua con successo e nel 1989 viene pubblicato il libro "Le forme del caos" con la prefazione dello scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán.
Dal 1987 comincia a lavorare a reportage e ritratti, alternando questi lavori a quelli di alta moda e pubblicità affermandosi a livello internazionale come uno dei più richiesti fotografi. Nonostante l'impegno commericale trova il tempo per svolgere un'attività giornalistica fra Italia e Francia con notevole successo sui temi di cui si è sempre occupato.
Nel 1995 ritorna al passato riaffrontando i temi religiosi del suo primo libro e pubblica "Viaggio a Lourdes". Nei due anni successivi produce le migliori immagini del suo progetto "Dormire Forse Sognare". Mentre nel 1999 vengono pubblicati i sui ritratti al famoso scrittore argentino Jorge Luis Borges.
Nel 2003 esce il capolavoro "Quelli di bagheria" dove, mettendo assieme foto del suo passato, ricostruisce la sua giovinezza nel paese natìo. Nel dicembre 2006 viene presentato a Roma il calendario 2007 per la Regione Siciliana: 12 scatti nei quali ritrae la famosa attrice messinese Maria Grazia Cucinotta sulle montagne siciliane dei Nebrodi.

mercoledì 21 aprile 2010

FULVIO ROITER-fotografo


FULVIO ROITER - biografia

Fulvio Roiter nasce a Meolo (Venezia) nel 1926.
Inizia a fotografare a vent’anni; nel 1949 aderisce al circolo fotografico La Gondola di Venezia. Insieme con Paolo Monti, a cui è legato da intensa amicizia, scopre gli autori stranieri del gruppo Fotoform e le opere di Hans Hammarskjöld.
Nel febbraio 1953, parte per il suo primo viaggio fotografico, il primo di una lunghissima serie, in Sicilia. La pubblicazione su "Camera", nel gennaio 1954, di alcune fotografie siciliane segna il suo debutto sulla scena internazionale. Ha incarico dalla Guilde du Livre di Losanna di realizzare un libro sull’Umbria di San Francesco. Qui, ai primi di gennaio del 1954, nell’arco di poche ore scatta quattro tra le fotografie più famose della sua intera carriera. Ombrie. Terre de saint-François vincerà il premio Nadar nel 1956.
Fulvio Roiter - Sardegna. Pastore sul Gennargentu, 1955
Sardegna. Pastore sul Gennargentu, 1955

Fulvio Roiter - Tunisia. Sidi Bou Said, 1971
Tunisia. Sidi Bou Said, 1971




Nella primavera del 1955 compie, in Mosquito, il periplo della Sardegna e, poche settimane più tardi, il primo viaggio in Andalusia, dove tornerà anche l’anno seguente.
Nella primavera del 1959 parte per il primo viaggio in Brasile, dove resta nove mesi e dove, tra il 1960 e il 1962, tornerà molte volte.
Nell’inverno del 1959 lavora in Belgio; conosce la fotografa Lou Embo, che sposerà pochi mesi più tardi.
Bruges, uno dei suoi libri più intensi, apparirà nel 1963 per i tipi de L’Arcade.
Tra il 1962 e il 1964 fotografa a più riprese in Portogallo: a Nazarè, un villaggio di pescatori vicino Lisbona; in Algarve, nel Sud; a Madeira. Inizia a collaborare con Atlantis Verlag, con cui realizza innumerevoli libri negli anni Settanta.
Viaggia, instancabilmente, in Persia, nel 1964, in Turchia, 1965, in Messico, 1966, in Libano, 1967, in Spagna, 1969, in Irlanda, 1970, in Louisiana e in Tunisia nel 1971.
Tra il 1972 e il 1974, scopre l’Africa equatoriale, con una serie di viaggi in Costa d’Avorio, dove realizza tra l’altro un celebre reportage in un villaggio Senufo; nello Zaire, dove fotografa le danze rituali dei Watussi e i pigmei del monte Hoyo; e in Niger, ad Agades, la porta del deserto. Da questi viaggi hanno origine i suoi celeberrimi libri fotografici: ad oggi, oltre sessanta i più importanti.

SEBASTIAO SALGADO-Fotografo


Sebastião Salgado (Aimorés, 8 febbraio 1944) è un fotografo brasiliano, che attualmente vive a Parigi.
Vita e opere

Dopo una formazione universitaria di economista e statistico decide, in seguito ad una missione in Africa, di diventare fotografo. Nel 1973 realizza un reportage sulla siccità del Sahel, seguito da uno sulle condizioni di vita dei lavoratori immigrati in Europa. Nel 1974 entra nell'agenzia Sygma e documenta la rivoluzione in Portogallo e la guerra coloniale in Angola e in Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell'agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos. Nel 1994 lascia la Magnum per creare, insieme a Lelia Wanick Salgado, Amazonas Images, una struttura autonoma completamente dedicata al suo lavoro. Salgado si occupa soprattutto di reportage di impianto umanitario e sociale, consacrando mesi, se non addirittura anni, a sviluppare e approfondire tematiche di ampio respiro.

A titolo di esempio, possiamo citare i lunghi viaggi che, per sei anni, lo portano in America Latina per documentarsi sulla vita delle campagne. Questo lavoro ha dato vita al libro Other Americas.

Durante i sei anni successivi Salgado concepisce e realizza un progetto sul lavoro nei settori di base della produzione. Il risultato è La mano dell’uomo, una pubblicazione monumentale di 400 pagine, uscita nel 1993, tradotta in sette lingue e accompagnata da una mostra presentata finora in oltre sessanta musei e luoghi espositivi di tutto il mondo.

Dal 1993 al 1999 Salgado lavora sul tema delle migrazioni umane. I suoi reportages sono pubblicati, con regolarità, da molte riviste internazionali. Oggi, questo lavoro è presentato nei volumi In Cammino e Ritratti di bambini in cammino, due opere che accompagnano la mostra omonima edite in Italia da Contrasto.


Stile

Con studi di economia alle spalle, Salgado approda tardi nel mondo della fotografia, occupandovi subito una posizione di primo rango. Le sue opere si ispirano a quelle dei maestri europei, filtrate però dall’eredità culturale sudamericana. Esse attirano l’attenzione su tematiche scottanti, come i diritti dei lavoratori, la povertà e gli effetti distruttivi dell’economia di mercato nei Paesi in via di sviluppo. Una delle sue raccolte più famosa è ambientata nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Brasile, e documenta un abuso dei diritti umani senza precedenti dai tempi delle grandi piramidi egiziane. Migliaia di persone sono ritratte mentre si arrampicano fuori da un’enorme cava su primitive scale a pioli, costretti a caricare sacchi di fango che potrebbero contenere tracce d’oro.

Salgado scatta nel modo tradizionale, usando pellicola fotografica in bianco e nero e una fotocamera standard da 35 mm: strumenti portatili e poco ingombranti. È nota la sua preferenza per le macchine Leica, in virtù della qualità delle loro lenti: le immagini di Salgado possono essere riprodotte in grandi formati senza perdere impatto né nitidezza dei dettagli. Particolarmente attento alla resa dei toni della stampa finale, Salgado applica uno sbiancante con un pennello per ridurre le ombre troppo intense.

lunedì 19 aprile 2010

Fotografia,Mimmo Jodice


Jodice, il fotografo dell'inquietudine


In una grande retrospettiva al Palaexpo di Roma 180 immagini in bianco e nero di uno dei protagonisti della ricerca contemporanea dagli Anni 60 a oggi

ROCCO MOLITERNI
INVIATO A ROMA

Non sono mai rassicuranti le immagini di Mimmo Jodice, anzi lui è forse il più grande fotografo dell’inquietudine. Un’inquietudine che cerca a volte invano di placarsi nella classicità e in un passato di vestigia e palazzi e statue che lui riesce per incanto a far rivivere ossia a rendere «cosa viva» e sofferente. Così il cuore della grande antologica che gli dedica il Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Ida Gianelli e Daniela Lancioni, è Anamnesi, del 1990, montaggio di dieci volti, da busti, affreschi, mosaici, statue dove l’umanità è come sfregiata, profili diventati spugnosi come se affetti da mucca pazza, nasi frantumati, guance tagliate, occhi sbrecciati o perforati. Dove un tempo era la bellezza, sembrano dirci queste immagini, oggi c’è l’orrore, un orrore però che non riesce del tutto a cancellare quella lontana bellezza perduta, l’inseguimento delle cui tracce sembra motivare buona parte dell’attività del fotografo napoletano. Un’attività che inizia negli Anni 60, quando Jodice respira l’ansia di una irripetibile stagione di ricerca, che in fotografia significa da un lato l’immergersi nel reportage sociale e dall’altro interrogarsi come Ugo Mulas sugli statuti della disciplina.

Siamo al secondo piano del Palaexpo che ospita in questi giorni l’esposizione (a cura di Achille Bonito Oliva) sulla Natura in De Chirico, e val la pena di visitare a «ritroso» la mostra di Jodice, non solo perché «Natura» è anche il titolo dell’ultima stanza con la produzione più recente del fotografo (commentata dallo stesso Abo in catalogo). Qui l’inquietudine la troviamo in rami di alberi che sembrano protendersi nel vano tentativo di afferrare qualcosa o qualcuno o che quasi soffocano la possibilità di esistere di una finestra. Poi c’è la stanza del «Mare», dove alcune immagini ti danno l’idea metafisica, immobile e soffocante, di una bonaccia conradiana, e altre piene di cieli minacciosi ti parlano di tempeste imminenti. L’uomo non c’è e non sai se non ci sia mai stato o se siamo in un universo post-atomico. Forse meno convincente il capitolo «Eden» (quanto meno per la giustificazione ideologica che ne dà lo stesso Jodice: «una metafora della violenza quotidiana, la violenza persuasiva e pervasiva con la quale bisogni indotti ed effimeri ci seducono»), dove si rivisitano cibi e oggetti, dalle zampe di pollo alle testine di vitello, dai guanti alle forbici. Poi ci si immerge nel cuore e nelle rovine del «Mediterraneo». Un viaggio, in cui, come spiegava Julide Aker in un numero di Camera Work del 1997, «i frammenti del retaggio artistico del mondo classico sono bagnati dalla luce, avvolti dall’effetto flou e collocati in un luogo che non è né qui nel presente né là nel passato».

Il nomadismo di Jodice, non solo mentale ma anche spaziale, l’ha portato a esplorare anche luoghi lontani, dall’America al Giappone, e la stanza successiva ci regala immagini hopperiane di Boston e motocicli come cavallette in un parcheggio di San Paolo.

Poi incrociamo le «Rivisitazioni», che sono ritorni a casa, ossia riconsiderazioni di quei luoghi napoletani (ma non solo) che avevano visto negli Anni 60 le prime indagini antropologiche di Jodice. Anche qui però è come se una bomba «intelligente» avesse fatto sparire gli uomini ma non le loro tracce: il Reale Albergo dei Poveri è ora una scalinata di sedie e scarpe vecchie, Suor Orsola un muro sbrecciato con uno di quei bastoni che solo al Sud si usano per tener su i fili dove stendere i panni. E nelle «Vedute di Napoli» fantasmi appaiono le auto o gli oggetti avvolti in lenzuola. Non fantasmi ma persone reali, bambini indigenti nei bassi di Ercolano o del centro storico, sono protagonisti delle serie dei primi Anni 70. Le ricerche e le sperimentazioni, non solo in fase di stampa, sono invece al centro delle prime sale, dove ad esempio debitrice a Bill Brandt è la serie di nudi e di volti femminili che si perdono nell’ombra. Ci sono giochi di montaggio come il paesaggio di Morano Calabro trattato in vari modi o i giochi alla Fontana, con il taglierino che incide davvero una foto o quelli concettuali alla Boetti, come la fotografia di una lettera inviata a se stesso.

Si esce con l’idea di aver percorso, attraverso 180 immagini in bianco e nero, un pezzo di storia della nostra fotografia: la mostra ci aiuta a capire Jodice e perché sia oggi uno dei pochi fotografi italiani apprezzati a livello internazionale. Unico limite: la mostra parla forse più alla testa che al cuore, cosa che invece riusciva a fare quella «ambientata» alcuni anni fa nel salone della Meridiana al Museo Archeologico di Napoli.

Maestri della fotografia,Mimmo Jodice

Mimmo Jodice è uno dei maggiori fotografi italiani contemporanei. Nato a Napoli nel 1934, Jodice ha iniziato a lavorare con la fotografia negli anni Sessanta. Dopo le prime sperimentazioni che indagavano le numerose possibilità espressive della fotografia, la sua attenzione si rivolse soprattutto alla realtà di Napoli nei suoi aspetti sociali, storici e paesaggistici. Con le "Vedute di Napoli" del 1980 ha inizio un profondo rinnovamento del suo linguaggio espressivo. Alla fine degli anni Ottanta Jodice inizia una serie di lavori sul mito del Mediterraneo, che saranno poi raccolti nel libro Mediterraneo, edito da Aperture ( New York) nel 1995. Tra le ultime opere ci sono quelle delle serie: "Eden" del 1998, "Il Reale Albergo dei Poveri" (1999-2000) e "Isolario Mediterraneo" (1999-2000)."Eden" offre una visione di Napoli come paradiso terrestre "che - come scrive Germano Celant - continua a sopravvivere tra positivo e negativo, tra dolcezza e violenza, tra bene e male. Tale metafora del mondo è un giardino lussureggiante, punto di comunicazione tra cielo e terra, abitato da ogni specie di cose e di prodotti, che alimentano la vita ". Nel 1999 con "Isolario Mediterraneo Jodice affronta un viaggio verso le isole del Mediterraneo che, come egli stesso ha scritto: "parte dalla distesa infinita del mare per condurci alla dimensione infinita dell'isolamento".

sabato 17 aprile 2010

Nan Goldin-fotografa


Nan (o Nancy) Goldin (Washington, 12 settembre 1953) è una fotografa statunitense contemporanea.


Biografia

Nan Goldin nasce a Washington DC nel 1953 ma cresce a Boston, dove frequenta la School of the Musem of Fine Arts. Vive a New York dal 1978, dove si è affermata come una delle maggiori esponenti di un'arte a favore di una identificazione completa tra arte e vita.

Fino dall'età di diciotto anni usa la fotografia come un "diario in pubblico", per questo l'opera di Nan Goldin è inseparabile dalla sua vita. Segnata dal suicidio della sorella diciottene Barbara Holly il 12 aprile 1965, è proprio fotografando la propria famiglia che inizia il suo lavoro fotografico. In seguito rimane molto vicina all'album di famiglia sia per la tecnica che per i soggetti scelti.

Nel 1979, iniziando dal Mudd Club di New York, l'artista comincia a presentare le sue immagini con una proiezione di diapositive accompagnate da una colonna sonora punk: Ballata della dipendenze sessuale diffuso nei musei in più versioni.Le foto, anche se danno l'impressione di essere state rubate, non sono mai scattate con il soggetto troppo vicino all'obiettivo per risultarne sorpreso.

Vi si vede il suo entourage subire il travaglio della vita: vecchiaia, amore, morte, infanzia si succedono nei pochi secondi della proiezione prima dell'immagine successiva. Questo gruppo di persone a lei vicine di cui molte sono scomparse risulta ghermito in una congiura orchestrata dalla morte.


Nan Goldin osserva la parte trasgressiva e nascosta della vita della città con un approccio intimo e personale. I ricordi privati divengono opere d'arte solo dopo la decisione di esporli. Ritrae amici e conoscenti, ma anche se stessa come nel celebre Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata. Il suo stile diventa un'icona della sua generazione difficile ed esso assume un'ulteriore svolta dopo la diffusione dell'AIDS che mette in discussione la sua fiducia nel potere delle immagini rendendole chiaro che esse le mostravano solo coloro che aveva perso. La Goldin intende le foto che documentavano la vita quotidiana dei suoi amici sieropositivi in funzione di valenza sociale e politica, e come attivista di Act Up organizza la prima grande mostra sull'AIDS a New York nell'89.

Nan Goldin fa parte del gruppo detto dei cinque di Boston (Five of Boston) e il suo lavoro è considerato rilevante nell'ambito della fotografia contemporanea, come Terry Richardson e Wolfgang Tillmans.

giovedì 15 aprile 2010

Stanley Kubrik Fotografo



STANLEY KUBRICK
Fotografo. Gli anni di Look (1945 - 1950)
MILANO, Palazzo della Ragione - piazza Mercanti 1
Dal 16 aprile al 4 luglio 2010
Stanley Kubrick, Untitled, 1950

Stanley Kubrick

Untitled, 1950

Per la prima volta al mondo, una mostra indaga un aspetto finora poco conosciuto della carriera di Stanley Kubrick.
Dal 16 aprile al 4 luglio 2010, a Palazzo della Ragione di Milano saranno esposte trecento fotografie, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali, realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950 quando, a soli 17 anni, venne assunto dalla rivista americana Look.
L’esposizione, curata da Rainer Crone, realizzata dal Comune di Milano - Cultura e da Giunti Arte Mostre Musei, in collaborazione con la Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York - che custodiscono un patrimonio ancora sconosciuto di oltre 20.000 negativi di Stanley Kubrick, giovanissimo, ma già grande fotografo - testimonierà la sua capacità di documentare la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la vita quotidiana dei musicisti dixieland.
“Una mostra che racconta anzitutto lo ‘sguardo’ di Kubrick che si è rivelato essere uno dei tratti stilistici più interessanti della sua poetica cinematografica - spiega l'assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory -. Conosciuto ai più per gli indimenticabili film che hanno segnato la storia del cinema, Kubrick si è brillantemente distinto per la sua attività di fotoreporter. Una carriera fotografica che si è dispiegata all’insegna della ricerca dell’anima dei personaggi ritratti al pari degli ambienti con una personalissima visione del reale e dei suoi stratificati livelli di significato”.
Stanley Kubrick, a tale of a shoe-shine boy, 1947

Stanley Kubrick

a tale of a shoe-shine boy, 1947

L’iniziativa rivelerà il suo modo di fare fotografia, una delle passioni che Kubrick, ancora minorenne, ereditò dal padre (l’altra sono gli scacchi), ma che si esaurì nel breve volgere di un quinquennio.
La prima fotografia viene pubblicata il 26 giugno 1945 e ritrae un edicolante affranto per la morte di Roosevelt, un’immagine che affascinerà cosi tanto gli editors di Look da offrire al fotografo dilettante la possibilità di entrare nello staff della rivista come fotoreporter.
Il metodo Look, che era caratterizzato da una narrazione a episodi, non incontrava il gradimento dei più importanti fotogiornalisti. I responsabili della rivista volevano che il soggetto fosse seguito costantemente, che venisse fotografato in tutto ciò che faceva. Questo stile invadente esercitava un grande fascino su Kubrick al quale piaceva creare delle storie partendo proprio da quelle foto. Per ottenere dai personaggi delle pose che fossero più naturali possibili, Kubrick metteva in atto una serie di stratagemmi per passare inosservato. Uno di questi consisteva nel nascondere il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e nell’azionare l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano. Negli interni cercava di sfruttare il più possibile la luce naturale agendo opportunamente sul tempo di esposizione e sull’apertura del diaframma. Gran parte del senso estetico che ritroviamo nei suoi film veniva già espresso dal suo lavoro di questi anni.
Anche ricorrendo a tecniche e punti di vista particolari e mantenendo sempre un certo distacco riesce a far trapelare l’aspetto psicologico dei soggetti ritratti, permettendo così all’osservatore delle foto di costruire una personale interpretazione del carattere delle persone riprese.
“Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter. Le sue istantanee infatti - sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film».
Un passaggio fondamentale, dunque, se si pensa che l’ambiguità dell’immagine e del cinema stesso sono al centro della riflessione che anima il cinema d’autore del secondo dopoguerra, per questo detto moderno e di cui Kubrick è stato uno degli indiscutibili maestri.
Il percorso espositivo è organizzato in due parti. La prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, avrà un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato. Come Portogallo che racconterà il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o ancora Crimini, che testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura.
Betsy Furstenberg, protagonista della sezione a lei dedicata e che la rappresenta come il simbolo della vivace vita newyorkese di quegli anni, farà da contraltare alle vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York.
Chiudono questa prima parte le due sezioni dedicate alla vita che si svolgeva all’interno della Columbia University, un luogo d’élite dove l’America formava la classe dirigente del futuro, e all’interno del Campus Mooseheart nell’Illinois, una residenza universitaria, costruita da benefattori, per educare figli orfani di guerra che sarebbero andati a ingrossare le fila della middle class americana.
La seconda parte del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans.
Accompagna la mostra un catalogo Giunti Arte mostre musei.