Visualizzazione post con etichetta pittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pittura. Mostra tutti i post

mercoledì 30 giugno 2010

Carlo Levi. I dipinti restaurati (1920-1933)


Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) è stato uno scrittore e pittore italiano, tra i più significativi del Novecento.

Biografia

Nasce in un'agiata famiglia di origine ebraica della borghesia torinese, il 29 novembre 1902. Fin da ragazzo dedica molto del suo tempo alla pittura, una forma d'arte che coltiverà con gran passione per tutta la vita raggiungendo anche importanti successi.
Dopo avere terminato gli studi secondari, si iscrive alla facoltà di medicina all'Università di Torino. Nel periodo degli studi universitari, tramite lo zio, l'onorevole Claudio Treves (figura di rilievo nel Partito socialista), conosce Piero Gobetti, che lo invita a collaborare alla sua rivista La Rivoluzione liberale e lo introduce nella scuola di Felice Casorati, intorno alla quale gravita l'avanguardia pittorica torinese.
Levi, inserito in questo contesto multiculturale, ha modo di frequentare personalità come Cesare Pavese, Giacomo Noventa, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi e, più tardi, importante per la sua evoluzione pittorica, Edoardo Persico, Lionello Venturi, Luigi Spazzapan. Nel 1923 soggiorna per la prima volta a Parigi e scrive il primo articolo sulla sua pittura nella rivista Ordine nuovo. Si laurea in medicina nello stesso anno e rimarrà alla Clinica Medica dell'Università di Torino come assistente fino al 1928, ma non eserciterà la professione di medico, preferendole definitivamente la pittura e il giornalismo. La profonda amicizia e l'assidua frequentazione di Felice Casorati valsero a orientare la prima attività artistica del giovane pittore, con le opere pittoriche Ritratto del padre (1923) e il levigato nudo di Arcadia, con il quale partecipa alla Biennale di Venezia del 1924. Dopo alcuni soggiorni a Parigi, dove aveva mantenuto uno studio, la sua pittura, influenzata dalla scuola di Parigi, subisce un ulteriore cambiamento stilistico, proseguito poi con la conoscenza, tra il 1929 e il 1930, di Modigliani. Con il sostegno di Edoardo Persico e Lionello Venturi, alla fine del 1928 prende parte al movimento pittorico cosiddetto dei sei pittori di Torino, insieme a Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio, Enrico Paulucci e Jessie Boswell, che lo porterà ad esporre in diverse città in Italia ed anche in Europa (Genova, Milano, Roma, Londra, Parigi).
Levi, per una precisa posizione culturale coerente con le sue idee, considerava espressione di libertà la pittura, in contrapposizione non solo formale, ma anche sostanziale alla retorica dell'arte ufficiale, secondo lui sempre più sottomessa al conformismo del regime fascista e al modernismo ipocrita del movimento futurista.


Carlo Levi nel 1947 (foto di Carl Van Vechten)
Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di "Giustizia e libertà", fondato tre anni prima da Carlo Rosselli. Per sospetta attività antifascista, nel marzo 1934 Levi si procurerà il primo arresto, e l'anno successivo, dopo un secondo arresto, fu condannato al confino nel paese lucano di Grassano e successivamente trasferito nel piccolo centro di Aliano (nel romanzo chiamato Gagliano). Da questa esperienza nascerà il suo romanzo più famoso, Cristo si è fermato a Eboli, che nel 1979 verrà anche adattato per il cinema e la televisione da Gillo Pontecorvo e Francesco Rosi.
Nel 1936 il regime fascista, sull'onda dell'entusiasmo collettivo per la conquista etiopica, gli concede la grazia, e lo scrittore si trasferisce per alcuni anni in Francia e continua la sua attività politica. Rientrato in Italia, nel 1943 aderisce al Partito d'azione e dirige insieme ad altri Azionisti La nazione del popolo, organo del Comitato di Liberazione della Toscana.
Nel 1945, Einaudi pubblica Cristo si è fermato a Eboli, scritto nei due anni precedenti. In esso Levi denuncia le condizioni di vita disumane di quella popolazione contadina, dimenticata dalle istituzioni dello Stato, alle quali "neppure la parola di Cristo sembra essere mai giunta". La risonanza che avrà il romanzo mette in ombra la sua attività di pittore: ma la stessa pittura di Levi viene influenzata dal suo soggiorno in Lucania, diventando più rigorosa ed essenziale e fondendo la lezione di Modigliani con un sobrio, personale realismo.
Levi continuerà nel dopoguerra la sua attività di giornalista, in qualità di direttore del quotidiano romano Italia libera, partecipando ad iniziative e inchieste politico-sociali sulla arretratezza del Mezzogiorno d'Italia, e per molti anni collaborerà con il quotidiano La Stampa di Torino.
Nel 1954 aderisce al gruppo neorealista e partecipa alla Biennale di Venezia con apprezzabili dipinti, in chiave realistica come la sua narrativa. Dopo Cristo si è fermato a Eboli, di grande interesse sono Le parole sono pietre, del 1955, sui problemi sociali della Sicilia (vincitore nello stesso anno del Premio Viareggio), Il futuro ha un cuore antico (1956), Tutto il miele è finito (1965), e L'orologio, pensosa e inquieta cronaca degli anni della ricostruzione economica italiana (1950).
Nel 1963, per dare peso alle sue inchieste sociali sul degrado generalizzato del paese, e mosso dal desiderio di contribuire a modificare una politica stratificata su un immobilismo di conservazione di certi diritti acquisiti anche illegalmente, passa dalla teoria alla pratica e, convinto dagli alti vertici del partito comunista, incomincia a svolgere politica attiva. Candidato ad un seggio senatoriale, viene eletto per due legislature Senatore della Repubblica (la prima volta nel collegio di Civitavecchia, nel secondo mandato nel collegio di Velletri) come indipendente del Partito comunista italiano.
Nel 1971 fu tra i firmatari dell'appello pubblicato sul settimanale L'espresso contro il commissario Luigi Calabresi.
Nel gennaio 1973 subisce due interventi chirurgici per il distacco della retina. In stato temporaneo di cecità riuscirà a scrivere Quaderno a cancelli, che sarà pubblicato postumo nel 1979, e a tracciare più di 146 disegni della cecità, che saranno pubblicati nel volume "Carlo Levi inedito: con 40 disegni della cecità", a cura di Donato Sperduto, Edizioni Spes, Milazzo 2002 (D. Sperduto si è occupato di Levi anche nel libro "Maestri futili?", Aracne editrice, Roma 2009).
Muore a Roma il 4 gennaio 1975. La salma dello scrittore torinese riposa nel cimitero di Aliano, dove volle essere sepolto per mantenere la promessa di tornare, fatta (e non potuta mantenere in vita) agli abitanti, lasciando il paese.
Nel 1984 viene intitolato a Carlo Levi il Liceo Artistico di Eboli.
Nel 2007 viene intitolato a Carlo Levi il Liceo Scientifico di Tricarico.


Carlo Levi. I dipinti restaurati (1920-1933)

La Fondazione Carlo Levi presenta, dal 5 marzo al 26 giugno 2009, 22 opere dell’artista restaurate negli ultimi anni in collaborazione con l’Istituto Centrale per il restauro di Roma.
Sarà la sede della Fondazione a ospitare l’iniziativa, riprendendo così una tradizione iniziata nel 2000 dall’allora presidente della Fondazione, Pia Vivarelli, recentemente scomparsa.
L’esposizione si propone di illustrare le problematiche relative alla conservazione delle opere contemporanee, problematiche non dissimili da quelle che si riferiscono alle opere antiche, soprattutto per quanto riguarda il “rispetto” del dipinto da restaurare.
La maggior parte delle opere in esposizione, realizzate su diversi materiali di supporto (cartone, compensato, tavoletta, tela), appartengono al meno conosciuto periodo giovanile di Levi (anni Venti). Alcune, grazie a questo restauro, sono offerte per la prima volta alla fruizione del pubblico e degli esperti.
La mostra è accompagnata da un catalogo, edito Palombi Editore, che raccoglie testi scientifici sia sul restauro che sulle tecniche utilizzare dal pittore per la realizzazione delle opere.
Particolare attenzione sarà prestata all’attività didattica collegata alla mostra, in quanto le opere saranno accompagnate da pannelli esplicativi che introdurranno al soggetto pittorico e alle tecniche utilizzate.

Fondazione Carlo Levi

La Fondazione Carlo Levi, nata nel 1976, promuove in Italia e all’estero la conoscenza e lo studio di Carlo Levi come pittore, scrittore e politico.
La Fondazione conserva un ricco patrimonio di dipinti - costituito da oltre 800 pezzi - e un’importante raccolta archivistica di lettere, manoscritti, articoli, volumi e fotografie relativi all’attività figurativa, letteraria e politica di Carlo Levi; quest’ultima conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato.
La Fondazione ha favorito - adottando la formula del comodato - la dislocazione di nuclei organici di dipinti di Carlo Levi in due centri significativi per le vicende biografiche e culturali dell’artista, quali Matera (Museo di Palazzo Lanfranchi), e Alassio (Pinacoteca Carlo Levi- Palazzo Morteo).


Problemi conservativi ed interventi di restauro

Laboratorio di restauro dei materiali dell’arte contemporanea
A cura di M.Grazia Castellano, Grazia De Cesare, Paola Iazurlo, Vera Quattrini

OPERE SU MULTISTRATO

Alcune opere su compensato di Carlo Levi (Due donne, Nudino, Zio Emanuel, Sorella, Bagnanti, Ritratto d’uomo con occhiali, Lia nuda, La pasta, Nudo su tavola) sono giunte nel Laboratorio di restauro dei Materiali dell’Arte Contemporanea dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro per essere sottoposte ad intervento conservativo. Lo stato di conservazione di alcune opere risultava compromesso soprattutto per le cattive condizioni del supporto.
Due dipinti in particolare (Nudino e Due donne) apparivano molto danneggiati a causa di un prolungato contatto con acqua avvenuto per un incidente nei depositi, che aveva causato la parziale perdita del supporto stesso. Il multistrato impiegato dall’artista negli anni ’30 era realizzato mediante stratificazione di fogli di legno di pioppo molto sottili, sovrapposti con fibre ad andamento ortogonale ed incollati con colla proteica idrosolubile. Il materiale estremamente igroscopico è andato letteralmente distrutto nella parte interessata dal fenomeno dannoso.
I fogli del supporto apparivano, lacunosi in più punti, parzialmente distaccati e deformati nelle zone in cui erano liberi, poiché non integri e quindi più sensibili alle successive sollecitazioni termoigrometriche dell’ ambiente non controllato climaticamente.
La principale difficoltà dell’intervento di restauro è stata quella di consolidare e riaderire i fogli di legno, e l’applicazione per la parte mancante di altri fogli di legno in balsa, debitamente sagomati per restituire leggibilità all’ immagine. La scelta del consolidante è stata condotta dopo prove sperimentali eseguite nel Laboratorio di Fisica e Controllo Ambientale dell’ISCR, le cui misurazioni dell’assorbimento e delle deformazioni indotte su un frammento originale di legno di uno dei fogli del multistrato, hanno confermato l’estrema reattività e deformabilità del materiale a contatto con l’acqua che quindi ha portato ad escludere adesivi in fase acquosa, per evitare ulteriori gore e deformazioni. Dopo applicazioni in laboratorio su provini, un adesivo a base di etile vinile acetato ( BEVA 371) ha dato i migliori risultati, per il consolidante.
Per la scelta dell’adesivo dei fogli fra loro, usando dei campioni che riproducessero le caratteristiche del multistrato, è stato infine selezionato un adesivo a base di nitrocellulosa (UHU-Hart) che, grazie al suo grado di fluidità, è risultato essere particolarmente adatto per essere iniettato fra gli strati, senza penetrare nel legno rischiando di macchiarlo, rimanendo facilmente reversibile in acetone e consentendo giusti tempi di applicazione.
Per il risarcimento delle lacune del supporto, gli inserti di balsa sono stati ricavati ricalcando i profili delle lacune con un foglio di acetato, sagomati ed incollati sui frammenti di legno originale partendo dal foglio centrale verso l’esterno, rispettivamente sul recto e sul verso, orientando le fibre di balsa come quelle dei fogli di pioppo del supporto originale. Gli strati di balsa superficiali sono stati inoltre trattati con un adesivo acrilico (Plexisol P550), per renderlo meno sensibile alle fluttuazioni termo-igrometriche ambientali. Per livellare piccole parti difficilmente reintegrabili col legno, è stato adoperato un impasto ottenuto mescolando stucco acrilico (Modostuc) ed il più flessibile etile vinile acetato (BEVA 371).
I due dipinti così reintegrati nel supporto restano però molto fragili, pertanto sono stati incorniciati con una protezione sul fronte e sul retro per ridurre gli scambi con l’ambiente.
Gli attacchi biologici, quando riscontrati a carico di insetti xilofagi, sono stati trattati con biocidi specifici.
Nel caso di Nudino le macchie da gore sono state trattate con miscela di solventi polari in acqua, supportata da carta giapponese e lasciati asciugare con polvere di talco a contatto diretto della pellicola pittorica, per una durata di 24 ore, mantenendo le parti interessate sotto peso per evitare deformazioni.
Su queste, come sulle altre opere, la pulitura è stata generalmente risolta sia meccanicamente a secco facendo uso di gomme, sia con leggeri solventi organici, tenuto conto dell’assenza di vernici superficiali e della sensibilità della pellicola oleosa alla solubilizzazione, visto il limitato tempo di invecchiamento e quindi di polimerizzazione dell’olio siccativo.
Le lacune della pellicola pittorica appartenevano sostanzialmente a due tipologie: abrasioni e vere e proprie mancanze. Le mancanze inequivocabilmente non interpretabili non sono state reintegrate, mentre le lacune di minore estensione sono state trattate a velatura sottotono e a tratteggio.
Una leggera verniciatura opaca è stata realizzata a spruzzo solo su alcune opere, laddove necessaria (per attenuare eventuali squilibri della pellicola pittorica).

OPERE SU TELA

Il Ritratto di Palacios e il Ritratto di Anna Magnani, di più recente esecuzione, sono state anch’esse realizzate ad olio (verificato con test microchimici).
Su una di esse è stato necessario un intervento localizzato sul retro del supporto per risarcire una lacerazione da danno meccanico. La pellicola pittorica non presentava particolari problemi. La pulitura è stata pertanto eseguita in entrambi i casi a secco.
Più complesso il caso della Signora con Cappello, un dipinto ad olio eseguito in origine su tela e successivamente trasportato su un pannello ligneo in un recente intervento di restauro.
Lo stato di conservazione dell’opera appariva piuttosto compromesso, certamente anche a causa del traumatico intervento subito.
Si sono evidenziati numerosi ritocchi a olio che hanno richiesto una delicata pulitura puntuale coadiuvata dall’utilizzo del microscopio, utilizzando allo scopo una miscela solvente (Alcool etilico 60% - Acetone 40%) in grado di solubilizzare i ritocchi recenti salvaguardando il colore originale, pure ad olio. I consolidamenti hanno seguito le stesse regole dei dipinti su multistrato, mentre la reintegrazione è stata realizzata secondo la selezione cromatica ad andamento prevalentemente verticale.

OPERE SU CARTONE

L’utilizzo del cartone come supporto caratterizza i tre dipinti Ritratto del padre, Natura morta con teschio e Manichino.
L’analisi dello stato di conservazione dei tre dipinti evidenziava che i danni di maggiore entità erano a carico del supporto, costituito dalle stesse materie prime utilizzate per la fabbricazione della carta, ma di qualità più scadente. Il cartone è composto da fibre corte, ricavate meccanicamente dal legno, caratterizzate da un elevato contenuto di impurità e povere di cellulosa. Per questo motivo, è un supporto che presenta una bassa resistenza meccanica e un’estrema reattività ai fattori ambientali quali temperatura, umidità, luce ed inquinamento, che possono innescare irreversibili processi di degrado.
Gli effetti provocati dalla conservazione non idonea di questo materiale all’apparenza solido ma intrinsecamente fragile e poco resistente, erano evidenziati dai numerosi fenomeni di decoesione degli strati costitutivi, visibili lungo i margini, e dalla deformazione degli angoli, che presentavano pieghe riscontrabili anche sul recto. Si riscontravano inoltre schiacciamenti e deformazioni lungo i bordi, probabilmente occorsi durante la manipolazione e la fase di stoccaggio, alcune lacune e la presenza di piccole macchie brune sul verso. Lo strato pittorico, in migliori condizioni, appariva invece velato da depositi di polvere e piccole concrezioni gessose.
L’intervento di restauro è iniziato dalla pulitura preliminare della superficie pittorica, eseguita con pennelli, gomme morbide e tamponi inumiditi con acqua distillata e utilizzando, dove necessario, una miscela di solventi molto volatili. Si è quindi proceduto al trattamento del supporto cartaceo, finalizzato alla correzione delle deformazioni ed al consolidamento delle zone maggiormente indebolite. A tale proposito, le distorsioni presenti sugli angoli sono state trattate mediante l’applicazione, dal verso, di strisce di carta giapponese fatta aderire con una miscela composta da metilcellulosa ad alta sostituzione e da un copolimero acrilico-metacrilico. La carta giapponese, per le sue peculiari caratteristiche di resistenza e flessibilità, ha avuto una funzione di rinforzo e di sostegno per le zone indebolite, mentre l’aggiunta dell’adesivo acrilico è stata determinata dall’esigenza di incrementare il potere collante della metilcellulosa con un materiale non biodeteriorabile, considerando che i dipinti, dopo il restauro, sarebbero stati nuovamente conservati in un ambiente non condizionato.
Le zone deadese del supporto sono state fatte riaderire con la stessa miscela di adesivi già citati che, oltre a garantire una solida adesione, hanno svolto anche una funzione consolidante.
Le lacune sono state risarcite con un composto di fibre di cotone disperse in acqua demineralizzata e metilcellulosa, più compatibile con il supporto cartaceo rispetto all’usuale impasto di gesso e colla; in questo modo, è stato inoltre possibile riproporre una superficie che presentasse la stessa consistenza materica del cartone, impiegando materiali di elevata purezza e quindi idonei alla conservazione. La superficie così ottenuta è stata quindi impermeabilizzata con una sottile stesura di metilcellulosa estremamente diluita, in modo da renderla meno assorbente e facilitare la successiva operazione di reintegrazione pittorica che, eseguita all’acquarello con la tecnica del tratteggio, ha completato l’intervento di restauro.

Città: Roma
Luogo: Fondazione Carlo levi
Indirizzo: via Ancona, 21
Provincia: Roma
Regione: Lazio


Tratto da: http://www.beniculturali.it

venerdì 28 maggio 2010

Francis Bacon (1909-1992)





Francis Bacon (1909-1992)

Biografia

« Voglio che la mia vita sia il più libera possibile, voglio solo il migliore tipo di atmosfera in cui lavorare
« Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito.
1909-1926
« Ricordo che quando c'era il Black out spruzzavano il parco di qualcosa di fosforescente, con l'idea che gli Zeppelin avrebbero scambiato quella luminescenza per le luci di Londra e avrebbero lanciato le bombe nel parco; ma non funzionò


La casa natale di Francis Bacon, al 63 di Baggot Street, a Dublino.
Francis Bacon è nato in una clinica di Dublino, al 63 di Lower Baggot Street, da genitori inglesi, mentre l'Irlanda stava conquistandosi l'indipendenza dall'Inghilterra. Secondogenito di Anthony Edward Mortimer Bacon (detto Eddie) e Christina Winifred Loxley Firth (detta Winnie). Francis aveva un fratello maggiore di quattro anni, Harley, e uno minore, Edward, entrambi scomparsi in giovane età, e due sorelle minori, Ianthe e Winifred.
Il padre discendeva da una famiglia che vantava nobili origini, imparentata forse con il famoso filosofo omonimo del pittore. Eddie era un uomo iracondo e tirannico, capitano della fanteria leggera dell'esercito britannico in pensione nonché veterano della seconda guerra boera (1899-1902). Una volta tornato in Inghilterra, fu destinato al reggimento in deposito di Newcastle-on-Tyne, lì conobbe e poi sposò Winnie Firth, che proveniva invece da una facoltosa famiglia di Sheffield che aveva fatto fortuna commerciando acciaio e carbone. Francis Bacon racconta che il padre decise di sposare la diciannovenne Winnie, (di 14 anni più giovane di lui), nonostante la ferma opposizione della famiglia della ragazza, solo dopo aver attentamente valutato i vantaggi economici che avrebbe potuto ottenere dagli affari dei Firth, e solo dopo essere stato rifiutato da un'altra giovane ancora più abbiente. I due si sposarono a Londra nel 1903, a quel tempo Eddie aveva 33 anni e si era da poco congedato dall'esercito con il grado onorario di Maggiore. Approfittando della dote ricevuta con il matrimonio intraprese l'attività di allenatore di cavalli da corsa (una passione, quella per la caccia e per gli sport all'aria aperta, che non l'avrebbe mai abbandonato), e ben conscio del fatto che in Irlanda l'impresa avrebbe avuto dei costi inferiori, si trasferì con la famiglia a Connycourt House, vicino al villaggio di Kilcullen, nella contea di Kildare, non lontano da Dublino. La grande casa con 18 stanze e provvista di ampie scuderie ospitava, oltre alla famiglia Bacon, cinque domestici e una ventina di altre persone fra stallieri e lavoratori vari, e veniva amministrata da Eddie con il rigore di un campo militare, vigevano orari molto rigidi per regolare qualsiasi attività quotidiana e i figli vedevano i genitori solo una mezz'ora al giorno, dopo il tè delle cinque, e talvolta durante la colazione domenicale. Il “Capitano Bacon”, come ancora si faceva chiamare, aveva frequenti scoppi d'ira, dovuti spesso a banalità come aver trovato i propri stivali non lucidati a dovere.
La madre di Francis veniva da un ambiente molto diverso da quello della famiglia del marito. L'acciaieria di Sheffield messa in piedi a metà del XIX secolo dal nonno di Winnie , Thomas Firth, era diventata un'azienda d'importanza internazionale, e una parte sostanziosa delle fortune accumulate dalla famiglia era stata devoluta in beneficenza. Il padre di Winnie era morto abbastanza giovane a causa di una grave forma di asma cronica, disturbo ereditato da Francis e che lo avrebbe afflitto per tutta la vita, che per questo motivo era costretto ad assumere morfina e a stare alla larga da cani e cavalli, cosa che lo sminuiva agli occhi del padre. Francis instaurò un rapporto molto profondo con la nonna materna, una donna vitale che seguì la figlia in Irlanda, dove si risposò due volte. Con lei trascorse buona parte dell'infanzia a Farmleigh, vicino alla città settecentesca di Abbeyleix, nel sud-est dell'Irlanda. Anche il carattere della madre, di cui certamente Francis apprezzava la dolcezza rispetto ai modi paterni, appariva come una pallida imitazione della personalità di Granny Supple, come veniva chiamata la nonna in famiglia.
I Bacon si trasferirono a Londra durante la prima guerra mondiale a causa degli obblighi militari del capofamiglia, in servizio al British War Office, quando tornarono trovarono un'Irlanda cambiata dalla sollevazione di Pasqua del 1916, e i paese si sarebbe ulteriormente diviso con la guerra d'indipendenza (1919-1921) e la guerra civile (1922-1923).
A causa dei forti attacchi d'asma che lo costringevano a letto per giorni, Francis non frequentava la scuola regolarmente, e i genitori decisero di affidare la sua istruzione a un sacerdote, che però risultava essere interessato più ai cavalli che all'insegnamento, e che non lasciò tracce rilevanti sulla formazione del futuro pittore. Poco prima del quindicesimo compleanno, Francis fu mandato in collegio secondo la tradizione di famiglia, nella Dean Close School di Cheltenham, vicino alla proprietà che i Bacon avevano da poco preso in affitto a Gotherington, in Inghilterra, dove rimmarrà confinato dal 1924 al 1926. Questo periodo non era ricordato dal pittore in modo molto positivo, ma sicuramente lo avviò alla propria educazione sentimentale: già dall'età di quindici anni Francis era consapevole della propria omosessualità. Quando tornò in famiglia dopo aver lasciato la scuola andò incontro a contrasti sempre maggiori con il padre, che vedeva la sua manifesta intenzione di dedicarsi all'arte come una pericolosa decadenza di costumi che lo avrebbe condotto alla povertà. Ancora peggio per il vecchio Eddie erano le voci che Francis era stato allontanato dalla scuola per i suoi rapporti ambigui con i coetanei, (in quel periodo l'omofilia, considerata un reato fino al 1968, veniva severamente punita), e così se era troppo scioccato per opporsi al figlio che discuteva di vestiti continuamente e si vestiva da donna alle feste di famiglia, con tanto di larghi cappelli a falde anni '20, rossetto, tacchi alti e sigaretta con bocchino, quando lo sorprese a provarsi la biancheria intima della madre davanti a uno specchio lo cacciò di casa.

1926-1927

« Mentre ero a Parigi ho visto una mostra di Picasso alla galleria Rosemberg, e in quel momento ho pensato: beh, cercherò anch'io di fare il pittore.
Nell'ottobre del 1926 Francis decise di trasferirsi a Londra, dove vivevano molti parenti della madre, che aiutava il figlio a coprire almeno le spese di prima necessità inviandogli settimanalmente tre sterline. La grande città appariva come un mondo libero e ricco di stimoli ad un ragazzo cresciuto nella rigida Irlanda, e Francis si inserì presto nel circolo degli omosessuali londinesi, che venivano genericamente considerati degli effeminati all'avanguardia nelle questioni di stile e gusto. Gli eccentrici omosessuali che nei primi anni venti gravitavano attorno alle figure degli scrittori Harold Acton e Brian Howard avevano una forte influenza sugli atteggiamenti artistici e morali dell'epoca, ma bisogna sempre ricordare che l'omosessualità era ancora un crimine e non poteva essere manifestata liberamente.
Durante il soggiorno nella capitale inglese Francis svolse una serie di lavori fra i più disparati, fu stenografo, commesso centralinista in un negozio di abiti femminili all'ingrosso a Soho (dal quale fu licenziato dopo aver scritto una lettera minatoria al suo datore di lavoro), e domestico-cuoco, ma abbandonò anche quest'ultimo impiego, mentre continuava la sua auto-formazione culturale leggendo Nietzsche.

Londra Berlino e Parigi

Sua cugina Diane Watson suggerì che il diciasettenne Francis prendesse lezioni di disegno alla scuola d'arte San Martin. Francis scoprì che era attraente, e che era molto carino per alcune persone e pensò subito di trarne vantaggio, concedendosi a uomini ricchi. Uno di questi uomini era un ex compagno d'arme di suo padre, nonché un brigliatore di cavalli, di nome Harcourt-Smith. Più avanti Francis sostenne che suo padre avesse chiesto al suo amico di tenerlo in pugno e di farlo diventare un vero uomo. Senza dubbio, suo padre era a conoscenza della fama di uomo virile del suo amico ma non dei suoi gusti sessuali.

Berlino

All'inizio della Primavera del 1927 Francis fu portato da Harcourt-Smith a Berlino che allora faceva parte della Repubblica di Weimar. Fu qui che Francis vide il capolavoro di Fritz Lang "Metropolis". Francis trascorse due mesi a Berlino. Dopo più o meno un mese, Harcourt-Smith lo lasciò. "Si è stancato presto di me, e certamente ora sarà con una donna". Fu così che dopo poco tempo decise di trasferirsi a Parigi.

Chantilly

Francis passò un anno e mezzo a Parigi. All'apertura di un'esibizione, incontrò Yvonne Bocquentin, pianista e cantante. Essendo a conoscenza del suo bisogno di imparare la lingua francese, Francis visse per tre mesi con Madame Bocquentin e la sua famiglia nella loro casa presso Chantilly. Al Château de Chantilly (al museo Condè), vide La strage degli innocenti di Nicolas Poussin. L'estate del 1927 Francis andò ad una mostra di 106 opere di Picasso nella Galleria Paul Rosenberg a Parigi, cosa che lo ispirò a disegnare e dipingere. Prese il treno circa cinque volte a settimana per visitare la mostra e spesso tornava con disegni ed aquerelli d'ispirazione cubista.

Queensberry Mews West

Francis tornò a Londra nel tardo 1928 e cominciò a lavorare come interior designer. Prese un garage e lo convertì in studio a South Kensington e condivise il piano superiore con Eric Alden, che fu il suo primo collezionista. Nel 1929 Jessie Lightfoot, la badante di Francis, si unì a loro. Nella prima edizione del Cahiers d'Art del 1929, Francis vide le figure biomorfiche di Picasso. Francis divenne amico di Geoffrey Gilbey, un corrispondente del Daily Express e per qualche tempo lavorò come suo segratario.
Francis scrisse un suo annuncio sul Times come un "gentleman's companion". Fra le varie risposte, attentamente controllate da Jessie Lightfoot, vi era quella di un anziano signore cugino di Douglas Cooper (Cooper aveva la più bella collezione di arte moderna di tutta l'Inghilterra).
Il signore, avendo pagato Francis per i suoi servizi, gli trovò un lavoro part-time come operatore telefonico in un club londinese, e lo aiutò a promuoverlo come designer d'interni a suo cugino Cooper (il quale gli commissionò una volta una scrivania in color grigio-navale).
Nel 1929 Francis conobbe Eric Hall al Bath Club mentre stava cambiando un telefono. Hall (il quale era direttore generale della Peter Jones) fu il suo amante e protettore.

"The 1930 Look in British Decoration"

La prima esposizione al Queensberry Mews, nell'inverno del 1929, era fatta di stracci e mobilia di Bacon (Eric Hall comprò uno straccio) ma pare che vi fossero anche Painted screen (c.1929 - 1930) e Watercolour (1929), entrambi comprati da Eric Alden. Watercolour ("Acquarello"), il suo dipinto più datato sopravvisuto, sembra sia evoluto dai suoi disegni di stracci, che a loro volta furono influenzati dai dipinti e gli arazzi di Jean Lurçat.
Sydney Butler, figlia di Samuel Courtauld e moglie di Rab Butler, commissionò un tavolo di vetro e acciaio ed una serie di sgabelli per il salotto della sua casa di Smith Square.
Lo studio di Bacon di Queensberry Mews, comparve nel numero dell'Agosto 1930 di The Studio, con un articolo di due pagine intitolato "The 1930 Look in British Decoration", che mostrava i suoi lavori, inclusi un grande specchio tondo, stracci e mobilia in acciaio tubolare e vetro influenzata dallo Stile Internazionale, Marcel Breuer, Le Corbusier / Charlotte Perriand e Eileen Gray.
Bacon tornò in Germania nel 1930 e partecipò alla Oberammergau Passion Play.

La casa-studio Millais, Cromwell Place 7: 1943 - 1951

Bacon e Eric Hall affittano il piano terra di Cromwell Place 7, a South Kensington, Londra, che era stata la casa e lo studio di John Everett Millais. Bacon adattò la vecchia e grande sala da biliardo sul retro della casa e lo adibì a suo studio. Nanny Lightfoot,in attesa di una migliore collocazione dormì sul tavolo della cucina. Feste illecite per la presenza di gioco d'azzardo con una roulette vennero tenute nella casa, organizzate da Bacon con l'assistenza di Hall e da cui entrambi ricavarono un profitto. Ora sede dell'Art Fund, la casa Millais è a pochi passi del Victoria and Albert Museum, dove è esposta la collezione nazionale dei lavori di [John Constable], i quali dipinti e schizzi ad olio vennero molto ammirati da Bacon. Sempre in questo museo Bacon scoprirà e studierà le fotografie di Eadweard Muybridge. La mostra Recent Paintings by Francis Bacon, Frances Hodgkins, Matthew Smith, Henry Moore and Graham Sutherland del 1945 alla galeria Lefevre espone due dipinti di Bacon - Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion (1944) e Figure in a landscape (1945).

lunedì 10 maggio 2010

Keith Haring


Biografia

Nasce a Reading, in Pennsylvania, primo e unico maschio dei quattro figli di Allen e Joan, mostra una precoce predilezione per il disegno incoraggiata dal padre, disegnatore di fumetti e cartoni animati. Furono proprio i personaggi dei fumetti come quelli di Walt Disney, del Dottor Seuss e altri eroi delle animazioni televisive a esercitare su di lui un'influenza duratura. È proprio in questo periodo, infatti, che Haring decide di fare dell'arte stilizzata la sua ragione di vita.
Al termine del liceo, Keith si iscrive all' Ivy School of professional art di Pittsburgh e in seguito alla scuola di commercial-art. Ben presto, però, capisce che quella non è la sua strada e abbandona la scuola.



Nel 1976 Keith si mette a girare tutto il paese in autostop, conoscendo molti artisti. Si reca a San Francisco, dove con la frequentazione della Castro Sreet inizia a manifestare il proprio orientamento omosessuale. Alla fine torna a Pittsburgh e si iscrive all'Università; per mantenersi lavora come cameriere alla mensa di un'industria. Dopodiché trova un impiego presso un locale che espone oggetti d'arte. Qui allestisce la sua prima mostra personale di disegni.
Importante per la sua evoluzione futura è una retrospettiva dedicata a Pierre Alechinsky, organizzata nel 1977 dal Museum of art di Pittsburgh.
Nel 1978 espone le sue nuove creazioni al Pittsburgh Center for the arts, poi va a New York ed entra alla School of Visual Art. Mentre lavora il suo interesse personale lo avvicina ai lavori di Jean Dubuffet, Stuart Davis, Jackson Pollock, Paul Klee e Mark Tobey. È questo il periodo in cui esplode la popolarità di Haring: inizia a realizzare graffiti soprattutto nelle stazioni della metropolitana e la sua pop-art viene grandemente apprezzata dai giovani, tanto che i suoi lavori verranno spesso rubati dalla loro collocazione originaria e venduti a musei. Per la sua attività -illegale- di graffitaro viene più volte arrestato.
Nel 1980 partecipa insieme ad Andy Warhol alla rassegna artistica Terrae Motus in favore dei bambini terremotati dell'Irpinia. Occupa inoltre un palazzo in Times Square realizzando la mostra Times Square Show. Allestisce in seguito molte altre mostre finché la Tony Shafrazi Gallery non diventa la sua galleria personale.
Nel 1983 espone a San Paolo del Brasile, a Londra e a Tokyo.
Nel 1984 va a Bologna invitato da Francesca Alinovi per esporre nella mostra Arte di Frontiera.
Nel 1985, a Milano, dipinge una murata nel negozio Fiorucci. Elio Fiorucci, in un'intervista al mensile Stilearte, racconta così quella esperienza: Invitai Haring a Milano, stregato dalla sua capacità di elevare l'estemporaneità ai gradini più alti dell'arte. Egli diede corpo ad un happening no stop, lavorando per un giorno e una notte. I suoi segni "invasero" ogni cosa, le pareti ma anche i mobili del negozio, che avevamo svuotato quasi completamente. Fu un evento indimenticabile. Io feci portare un tavolone, fiaschi di vino, bicchieri. La gente entrava a vedere Keith dipingere, si fermava a bere e a chiacchierare. Ventiquattr'ore di flusso continuo; e poi i giornali, le televisioni... In seguito, i murales sono stati strappati e venduti all'asta dalla galleria parigina Binoche. (Intervista di Stilearte a Elio Fiorucci)
Nel 1986 apre a New York il suo primo Pop Shop, ovvero un negozio dove è possibile comprare gadget con le sue opere e vedere gratuitamente l'artista al lavoro. In questo anno, inoltre, va a Berlino e dipinge sul tristemente noto muro della città dei bambini che si tengono per mano. In seguito si reca nel ghetto di Harlem dove dipinge su una grande murata sulla East Harlem Drive le parole: Crack is wack (ovvero Il crack è una porcheria). Collabora spesso con Angel Ortiz.
Nel 1987 va a Parigi e decora una parte dell'Hospital Necker.

Nel 1988 apre un Pop Shop a Tokyo. In quell'occasione l'artista afferma: Nella mia vita ho fatto un sacco di cose, ho guadagnato un sacco di soldi e mi sono divertito molto. Ma ho anche vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non prenderò l'Aids io, non lo prenderà nessuno. Nei mesi successivi dichiara, in un'intervista a Rolling Stone di essere affetto dal virus dell'HIV. Di lì a poco fonda la Keith Haring Foundation a favore dei bambini malati di AIDS. Nel 1989, vicino alla chiesa di Sant'Antonio abate di Pisa, esegue la sua ultima opera pubblica, un grande murales intitolato Tuttomondo e dedicato alla pace universale.
Il 16 febbraio 1990, Haring muore a 31 anni di Aids. Nonostante la sua morte prematura, l'immaginario di Haring è diventato un linguaggio visuale universalmente riconosciuto del XX secolo, meritando, tra le altre innumerevoli esposizioni, una mostra alla triennale di Milano conclusasi nel Gennaio 2006.
Opere di Haring in Italia

Graffiti sullo zoccolo del Palazzo delle Esposizioni a Roma (1982) - cancellato nel 1992 per "ripulire" il palazzo in occasione della visita di Michail Gorbaciov.
Graffito di 6 x 2 metri realizzato nella metropolitana di Roma, linea A, tratto Flaminio-Lepanto, sulle pareti trasparenti del ponte sul Tevere - cancellato nel 2001.
Interni del negozio Fiorucci a Milano (1985) - i murales in seguito sono stati strappati e venduti all'asta dalla galleria parigina Binoche.
Tuttomondo a Pisa, sulla parete esterna della Chiesa di Sant'Antonio Abate (1989) attualmente - 2009 - in ottimo stato di conservazione.
Due disegni a pennarello raffiguranti un surfista in una grande onda. Milano, collezione privata.

martedì 13 aprile 2010

Pittura a olio





Jan Van Eyck
I coniugi Arnolfini, 1434
tecnica: olio su tavola
cm 82 x 59,5
Londra, National Gallery




Per quanto non si sappia con precisione quando i colori a olio apparvero per la prima volta, si hanno prove della loro esistenza nelle Fiandre del XIV sec. Uno dei primi artisti ad utilizzare tale tecnica, fu il pittore fiammingo Jan Van Eyck (1390-1441). In Italia, l'olio venne introdotto durante il Rinascimento, dove conobbe il suo periodo d'oro. Da allora, fino ai giorni nostri, con l'evolversi delle varie tendenze artistiche, l'olio si è imposto in modo definitivo sulle tavolozze di tutti gli artisti indipendentemente dallo stile usato diventando una delle più importanti tecniche artistiche. Rispetto ad altri mezzi pittorici oggi a disposizione, l'olio si distingue per duttilità e polivalenza. Il suo componente principale, l'olio di lino, le conferisce caratteristiche di luminosità, opacità, trasparenza, elasticità, sottigliezza nelle mescolanze, corpo, texture, e durata, in grado di soddisfare le esigenze di ogni artista. La tecnica all'olio appartiene senza dubbio alla tradizione della storia della pittura ed è allo stesso tempo sinonimo di modernità e di evoluzione nel corso della storia dell'arte.